Menu principale:
storia
decadentismo 1
DECADENTISMO appunti
DECADENTISMO
Il periodo compreso tra l’ultimo decennio dell’800 e gli anni precedenti la prima guerra mondiale è caratterizzato da una violenta reazione al Positivismo: questo aveva celebrato la fede nella scienza, nel progresso sociale, nella pacifica collaborazione fra i popoli, ma la realtà fatta di guerre, imperialismi, lotte di classe era ben diversa da quanto si era sperato. Tale situazione determina nuovi atteggiamenti spirituali: subentra la disillusione, l’angoscia, la sensazione del vuoto e del nulla; in arte si reagisce con la rottura dei moduli naturalistici.
Le trasformazioni economiche, sociali e politiche avvenute nella cosiddetta «età dell'imperialismo» e i profondi mutamenti che avvengono nel clima culturale complessivo sono riconducibili, quindi, in gran parte alla crisi del Positivismo, di cui cadono le formulazioni più illusorie e divulgate, come la concezione deterministica, che mortificava la libertà dell'individuo considerandolo totalmente condizionato dall'ambiente naturale e sociale, o lo scientismo, rivelatosi troppo ottimistico nelle speranze di risolvere i problemi dell'uomo. Si diffonde, in tal modo, la sfiducia nella scienza e nella ragione, e, quindi, nella capacità dell'uomo di comprendere la realtà. Il mondo esterno appare senza nessuna oggettività e organicità, senza nessuna legge che lo governi e può essere rappresentato solo da un punto di vista soggettivo, come lo vede l'occhio dell'artista. Ma un'uguale disorganicità dimostra il mondo interiore, non meno privo di principi generali a cui ancorarsi.
Distrutti i vecchi schemi della cultura positivistica, rinnegati i miti consolatori dell’800, immerso in un mondo sfiduciato nelle prospettive della scienza e della vita politica e sociale, posto di fronte all’ascesa vertiginosa della borghesia capitalistica che impone un modello di società tutto basato sulla logica del capitale e del profitto come unici valori, l’uomo di cultura del primo ‘900 vive una profonda crisi d’identità, avverte chiaramente la fine di un’epoca e l’avvento di una nuova e prende coscienza della perdita del suo tradizionale ruolo sociale che era quello del “creatore di valori”. Egli generalmente, al contrario di quanto avveniva nel secolo precedente, proviene dai ceti medi borghesi, una classe sociale che vede compiere il suo declassamento schiacciata com’è tra la forza indiscussa della grande borghesia finanziario-industriale e le emergenti forze del proletariato. Emarginata da questi due colossali protagonisti, la piccola e media borghesia, e con essa l’intellettuale, si sente frustrata, indebolita, disorientata ed, incapace di farsi classe egemone come aspira, si vede ridotta a classe subalterna e strumentale. Nasce da ciò una situazione di disagio, di noia esistenziale, di malcontento, di provocazione.
La coscienza del disagio esistenziale, del “male di vivere” che travaglia l’uomo contemporaneo è presente in gran parte della poesia e della narrativa dei primi del ‘900.
Lo scrittore avverte con angoscia che sta per compiersi la frattura definitiva tra io e mondo, tra artista e realtà iniziata nell’Ottocento, e si sente “spersonalizzato”, “disumanizzato”, “disintelligenziato”. Oramai “i tempi sono cambiati”, come dice Palazzeschi, e gli uomini “non domandano più nulla ai poeti”, a quei poeti che altro non sono che “articoli di non prima necessità”, come afferma Gozzano.
Siamo in pieno Decadentismo, periodo che vede un uomo incerto e stanco, sconfitto sul piano politico nella sua libertà e frastornato dalle voci della guerra, che cerca dentro di sé, in un ripiegamento introspettivo, nuovi mondi in cui credere. La faticosa autoanalisi dell’uomo moderno è accompagnata dalla coscienza di quanto sia amaro far parte della storia in un mondo che cerca la propria grandezza nel sopruso, in violenti imperialismi e nazionalismi prevaricatori.
La risposta degli uomini di cultura alla profonda crisi esistenziale, morale e culturale che investe la coscienza dell’uomo agli albori del Novecento e alla crisi che travolge l’intellettuale tradizionale approda a soluzioni diverse e spesso contraddittorie.
Alcuni scrittori (Svevo, Pirandello, Mann, Musil, Kafka, ecc.) si impegnano in una inquieta e tormentosa analisi della malattia dell’uomo moderno nella civiltà industriale e borghese che essi condannano in maniera corrosiva e impietosa. Nelle loro opere questi scrittori parlano di malattia (Svevo e Mann), di eroe in tensione (Mann), di inettitudine (Tozzi e Svevo), di universo labirintico (Kafka); e ancora di uomo senza qualità (Musil), di uomo spersonato nel male del tempo (Rebora), di male di vivere (Montale). Escono dalle loro opere personaggi incapaci di agire, di darsi una consistenza, tesi a smontare la storia dei loro fallimenti e della loro coscienza frantumata (Pirandello). Tali personaggi lottano invano contro i pregiudizi e la morale borghese, contro la città che massifica l’uomo; essi individuano chiaramente i meccanismi alienanti e ripetitivi dell’inferno tecnologico che riduce l’uomo a semplice manovella, rovesciando così i miti imperialistici della macchina in “malattia industriale”. Ma questi personaggi non riescono a configurare pienamente un “uomo nuovo” veramente alternativo; la loro protesta tende a risolversi in se stessa, in una dolente quanto amara impotenza.
Inizialmente usato, quindi, con connotazioni negative, dato che con esso si intendevano indicare le manifestazioni letterarie di un periodo di decadenza, il termine “Decadentismo” ha finito col significare l'insieme assai complesso di fenomeni culturali, letterari e artistici di un'epoca ricca di contraddizioni politiche e sociali.
Nell'accezione oggi prevalente, il termine “Decadentismo” indica le tendenze letterarie e artistiche che si sono diffuse nelle letterature europee dal 1870 alla Prima guerra mondiale.
Il termine e la nozione di “crisi”, con le varianti filosofiche e letterarie “decadenza”, “tramonto”, “crepuscolo”, pervadono la cultura del Novecento. Troviamo, nel primo Novecento, un complesso insieme di atteggiamenti e posizioni intellettuali che muovono uniformemente dal riscontro di una certa crisi in atto nella cultura occidentale, ma variano dall’accettazione disincantata all’assecondamento cinico, dall’elaborazione di metodi reattivi o di sopravvivenza al riconoscimento delle trasformazioni positive che tale crisi sembra implicare.
Sul finire dell’800, Nietzsche aveva descritto lo stato d’animo tipico della decadenza, e che iniziava a diffondersi nella cultura europea, utilizzando la nozione di “nichilismo”. Il nichilismo è l’atteggiamento proprio dell’uomo moderno, che sperimenta la perdita delle categorie di senso, di totalità, di verità, e la crisi dei valori sui quali si fondavano i sistemi filosofici del passato. Nell’incerta situazione della filosofia assumono un nuovo rilievo quelle discipline che le erano un tempo legate e che avevano iniziato a rendersi autonome alla fine del 700: le “scienze umane”. Il fenomeno più importante a questo proposito è la nascita della psicoanalisi, il cui programma, avanzando l’esigenza del tutto nuova di un’indagine “scientifica” dei processi inconsci, appare dotato di un’ampiezza tale da sostituirla, come nuova disciplina totale, alla filosofia.
La crisi storica che dà origine al Decadentismo è determinata dall’esperienza delle guerre, dall’automazione e meccanizzazione crescenti del mondo tardo-industriale: traspare, in letteratura, nella raffigurazione dell’impotenza e della malattia, nella diffusa e intensa percezione di una prossima fine del mondo, nelle visioni apocalittiche di distruzioni e massacri, nella rappresentazione di dinamiche sociali dominate da crudeltà e cinismo.
Il rapido estendersi, in molti paesi europei, del sistema di produzione industriale, il grande sviluppo urbano, la crescente potenza economica e politica della borghesia, tutti fenomeni già avvertiti, con straordinaria sensibilità, da Baudelaire, furono vissuti dagli artisti e scrittori degli ultimi tre decenni dell’Ottocento con crescente disagio e con reazioni di vario tipo, fra cui, molto diffusa, quella di difendere, sublimandoli al massimo, i valori della loro “arte”, rispetto ai “bassi” valori prevalenti nella nuova società. Le trasformazioni economico-sociali, inoltre, insieme con gli straordinari progressi tecnici e industriali (e anche questo aveva già pienamente avvertito Baudelaire) toccano direttamente e immediatamente l’artista e il poeta, agiscono sul suo rapporto con il pubblico, trasformano, “mercificandoli”, i prodotti stessi del suo lavoro. Né vanno trascurati gli entusiasmi o al contrario i profondi timori provocati in molti artisti e intellettuali da grandi fatti sociali come la rivoluzione della Comune parigina del 1870, le sollevazioni popolari sparse qua e là nei decenni seguenti, le repressioni e il rafforzarsi degli apparati polizieschi e militari degli Stati, la diffusa consapevolezza di come il grande sviluppo produttivo della società industriale rischiasse di relegare le classi povere o subordinate in situazioni di vita e di lavoro sempre più disumane.
L'Ottocento era sorto sotto il segno di quella «ragione» che la cultura illuministica del secondo Settecento aveva sacralizzato ed esaltato come un mito, capace di risolvere i grandi problemi dell'umanità; la sua vitalità non era venuta meno neppure durante la civiltà romantica, seppur in forme meno esasperate e per canali più sotterranei e complessi.
Nella civiltà del Positivismo-Realismo la ragione diveniva “ratio scientifica”, “scienza”, culto dell'utile e del dato oggettivo scientificamente sperimentabile e verificabile. La mentalità scientifica dell'epoca dava agli intellettuali una con¬cezione stabile dell'universo, ritenendo i rapporti di “causa-effetto” e i principi di “spazio-tempo” dati certi e assoluti; credeva poi ai “fatti” come unici ele¬menti veri e concreti di riferimento. Con queste categorie gli intellettuali erano convinti di leggere, conoscere e trascrivere correttamente la realtà, quella so¬ciale e individuale, di riuscire a cogliere le leggi che le stanno alla base.
Queste convinzioni, però, erano spesso naufragate in concezioni deterministiche, fatalistiche, come la “rassegnazione” verghiana. Per altro verso poi la menta¬lità scientifica e il Positivismo erano diventati ben presto l'ideologia delle classi dominanti borghesi e se in un primo tempo avevano avuto una funzione laica e progressiva, ben presto erano state curvate a legittimare le istanze, tutte bor¬ghesi, dell'attivismo, dell'industrialismo, della produzione e del profitto; persi¬no le progressiste teorie darwiniane venivano utilizzate a giustificare le logiche imperialistiche. A ben guardare, poi, sotto quelle strutture mentali impregnate di scientismo, di culto del progresso e del dato oggettivo, dell'ottimistica fiducia positivista, si mascheravano, e ben presto cominciarono a fermentare, dubbi e incertezze. Già la rivelazione delle “crepe e delle travi marce” della società, operata da Zola, e la dissacrazione dei miti progressivi della borghesia capita¬listica operata da Verga mostravano chiaramente anche l'altra faccia dell'otti¬mismo positivista e borghese; mostravano la sua incapacità, la sua impotenza a risolvere le insufficienze e le contraddizioni della società, che, anzi, andavano allargandosi ed esasperandosi.
(Crisi della scienza e rifiuto della società contemporanea) La fiducia incondi¬zionata nella scienza doveva, dunque, entrare ben presto in crisi. Gli intellettuali del Positivismo avevano largamente predicato di utilizzare la scienza per cogliere le leggi della natura e della società nello stadio positivo, e una volta conosciutele avrebbero agito su di esse per modificare gli squilibri sociali e biologici. Ma di fronte alla fabbrica che aumentava sempre più lo sfruttamento, l'alienazione, e allargava le disuguaglianze sociali, di fronte alla selvaggia urbanizzazione che aumentava la criminalità, la prostituzione, la nevrosi, di fronte a nuove ricerche che mettevano in dubbio tutti i presupposti su cui si era retta la scienza fino ad allora, di fronte a tutto ciò il mito della scienza, che era stato il tratto più caratteristico dell'Ottocento positivista, a fine secolo si incrinava irreversibilmente. Nel 1893 Gabriele D'Annunzio, in un articolo su Zola, scriveva: “La scienza è incapace di rendere la felicità alle anime in cui ella ha distrutto l'ingenua pace. È finito il tempo del suo trionfo ingannevole. Bisogna ch'ella si faccia umile, già che non può tutto sapere, tutto guarire”. E Pascoli in un discorso letto a Messina nel 1898: “La scienza ha fallito!... A morte dunque la scienza!” Più netta non poteva essere la sfiducia con cui si guardava alla scienza e ai suoi miti. Gli intellettuali avvertivano di essere alla soglia di un nuovo mondo. E i tempi nuovi a molti incutevano un angoscioso senso di paura e di smarrimento, la paura della “fine”, e di una prossima “catastrofe”.
Alla crisi della mentalità positivista e della scienza, si accompagnava, negli ultimi decenni del secolo XIX, il tramonto dell'economia e della borghesia liberale. Dal 1870 in poi veniva maturando una profonda svolta nei rapporti sociali sotto la pressione di grandi vicende storiche. Da un lato l'ascesa del quarto stato metteva paura alla sicurezza della borghesia, sempre più gretta e retriva a difesa della sua egemonia appena conquistata. D'altro lato la «grande depressione» rendeva agonizzante sia l'ordine economico sia la cultura della borghesia liberale e veniva affermandosi una nuova organizzazione sociale, l'imperialismo, basato su un gigantesco processo di concentrazione industriale-finanziaria, sul protezionismo e sulla ricerca di nuovi mercati coloniali.
Nella nuova organizzazione sociale di tipo imperialistico iniziava la lunga crisi dei “ceti medi” e il loro progressivo schiacciamento tra le grandi forze dell'alta borghesia imperialistica e del proletariato. Gli intellettuali, provenienti in genere dai ceti medi, perdevano così il loro retroterra sociale, prima legato alla borghesia in ascesa. Si sentivano spiazzati, sradicati, spesso incapaci di aderire o all'una o all'altra delle grandi forze antagoniste della nuova storia; e la fuga dalla società diventava la soluzione di molti artisti alla loro alienazione. Era dunque nel passaggio dall'economia liberale all'economia imperialistica, con tutte le sue conseguenze, che maturava negli intellettuali il senso di una profonda crisi storica, e il Decadentismo fu la risposta degli intellettuali, artisti e letterati, al tramonto della borghesia liberale.
Il tramonto della borghesia liberale era vissuto dagli intellettuali come “fine” della borghesia stessa e della storia, fra ansie e timori di un “domani” tutto da inventare. C'era in molti il presentimento o la consapevolezza di vivere una crisi storica, una decadenza, una dis¬soluzione irreversibile; e ciò portava gli intellettuali a ripiegarsi su se stessi, a ricercare oltre la fenomenologia delle apparenze e dei fatti una realtà più pro¬fonda, l'essenza delle cose e della vita.
Si ebbe allora un vistoso passaggio dal terreno storico-sociale, dove operava l'intellettuale di formazione positivista-naturalista, alle inesplorate zone dell'«io». E se l'intellettuale positivista aveva creduto alle «magnifiche sorti e progressive» dell'umanità, l'intellettuale decadente, sfiduciato e sradicato, senza più punti fermi in cui credere, all'interno di una degradazione urbana insopportabile ed emarginante, tendeva a progettare una molteplicità di miti irrazionalistici: Mistero, Bel¬lezza, Patria, Sogno, Arte, Vita, ecc. La società appariva un territorio inautenti¬co, un inferno da cui occorreva fuggire per nuovi paradisi artificiali, per nuovi esotismi e nuove avventure dell'anima vissute in solitudine, lontano dalla storia, dalla meschinità del quotidiano. Allo scienziato, al medico, all'ingegnere, al maestro, al capitano d'industria, esaltati dalla cultura positivista, si sostituiva¬no l'“intellettuale bohémien”, come Baudelaire, il ribelle e il veggente, come Rimbaud, l'esteta, come Huysmans o D'Annunzio, il dandy, come Wilde, il superuomo, come D'Annunzio, il fanciullino, come Pascoli, il santo, come Fogazzaro. Alla tematica popolare e sociale si sostituiva la tematica del barbarico, del primitivo, dell'esotico, del titanico, del satanico; all'arte per l'utile, l'arte per l'arte.
Come la cultura del Positivismo si rifà a quella dell'Illuminismo, così la cultura del Decadentismo riprende temi, esperienze, motivi del Romanticismo, seppur filtrati attraverso il gusto bohemienne e scapigliato, e li rielabora in modi completamente nuovi e autonomi. Per verificare quanto detto, è sufficiente l'analisi, anche se schematica, di due concetti: individualità e amore.
Mentre, infatti, nel Romanticismo il concetto di “individualità” trovava un suo equilibrio e un suo contrappeso in quello di «popolarità» (il Naturalismo lo aveva elimi¬nato sostituendolo con il concetto di “impersonalità”), nella cultura decadente l’individualità non ha più alcun contrappeso, anzi si esaspera in rapporto a tutto ciò che può essere popolare e quotidiano, in nome di un individuo superiore slegato dalla morale comune e dalla massa anonima. Il filosofo tedesco Nietzsche sarà il teorico di questo nuovo modo di sentire. L'eroe romantico emergeva dal popolo e la sua avventura individuale era pur sempre e fondamentalmente un modo di interpretarne le esigenze; l'individualità esasperatamente solitaria e superomistica del decadente è, invece, sdegnoso e sprezzante distacco dalla morale del popolo.
Così l'«amore» che presso i romantici era spesso passione travolgente e asso¬luta, ma pur sempre entro i limiti di una naturale sanità (nel Naturalismo veni¬va materialisticamente ridotto a «soddisfacimento di un bisogno»), nel Deca¬dentismo tende a degenerare in voluttà, gusto del proibito, del morboso, dell'ambiguo, o a intorpidirsi nel vizio, nella corruzione e nella depravazione.
D’ora in poi il poeta si ripiegherà nel suo intimo ed indagherà nella profondità dell'io, per esprimere verità e conoscenze dalle quali lo scienziato è escluso. La poesia ritorna, quindi, in auge come unico mezzo per illuminare la vita che è considerata un insieme di simboli da intuire e non più da spiegare.
Questa poesia, oltre a ripudiare la razionalità ed il metodo scientifico, rifiuta anche i temi cari alla poesia romantica ed eroica: il poeta non sarà più “vate”, celebratore della propria società e delle sue esigenze, ma “veggente” ed esprimerà con misticismo le esperienze della propria anima. Il poeta muta, quindi, ancora ruolo: non più vate, non più scienziato, ma veggente che mediante l’intuizione percepisce il mistero dell’universo e prova a decifrarne i geroglifici senza curarsi di essere capito, usando un linguaggio iniziatico, simbolico e onirico.
continua